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lunedì 14 settembre 2020

Fastweb risultati primo semestre 2020

I risultati di Fastweb nel primo semestre del 2020 confermano il suo trend di crescita nel segmento consumer, con l'acquisizione di 55 mila nuovi clienti di servizi di accesso a banda larga. Anche nel secondo trimestre di quest’anno, infatti, l’azienda registra un’aumento di clienti fissi e mobili, del fatturato e dei margini e prosegue dunque il suo percorso di crescita nel mercato nazionale della banda larga e ultralarga per il 28esimo trimestre consecutivo. Questi risultati portano, al 30 giugno, la base clienti a 2.692.000 unità (+4% rispetto ai primi sei mesi del 2019). Nello stesso periodo i ricavi hanno raggiunto 1.105 milioni di euro, in aumento del 5% rispetto al primo semestre del 2019.

In crescita l'EBITDA complessivo che al 30 giugno 2020 ha raggiunto i 365 milioni di euro (+ 5% rispetto al primo semestre 2019) mentre l'EBITDA inclusivo dei costi di locazione (EBITDAaL) si attesta a 339 milioni di euro, segnando un incremento del 5% rispetto al primo semestre 2019 sulla base di dati confrontabili.

Anche nel corso del secondo trimestre, fortemente caratterizzato dall'emergenza Covid, Fastweb ha confermato il proprio primato negli investimenti tecnologici ed infrastrutturali che si attestano a 138 milioni di euro (276 milioni di euro nel primo semestre), un importo pari al 25% dei ricavi. Prosegue, dunque, in linea con i tempi del piano industriale, il roll out delle reti 5G mobile e FWA. Quest'ultima, in particolare, sarà cruciale per mettere a disposizione di ulteriori 8 milioni di famiglie e imprese in città medio-piccole nelle aree grigie servizi di connettività fino ad 1 Gigabit.

Fastweb prosegue, inoltre, nella sua strategia per diventare un operatore "OTT infrastrutturato", capace di coniugare la propria vocazione infrastrutturale con l'immediatezza e semplicità d'uso consentite dalle piattaforme digitali avanzate:  agli asset su cui fare leva - la rete in fibra ottica, le frequenze 5G, le partnership strategiche - si aggiunge la recente acquisizione di Cutaway, società specializzata nello sviluppo di progetti ICT e Cloud per il mercato Enterprise, grazie alla quale ha acquisito competenze chiave per supportare ulteriormente i propri clienti nei processi di digital transformation.

Fastweb conferma anche il suo ruolo di leader in termini di penetrazione dei servizi di connettività a banda ultralarga. Al 30 giugno 2020 i clienti che hanno sottoscritto connessioni ultraveloci erano 1.852.000, in aumento del 19% rispetto allo scorso anno. Circa il 69% della base clienti (+9 p.p. rispetto al primo semestre del 2019), usufruisce di una connessione a banda ultralarga con velocità in download fino a 1 Gb/s. In termini di copertura UBB - come evidenziato anche dall'ultima relazione annuale Agcom - Fastweb è il primo operatore del mercato per la rete di accesso in fibra con una quota pari al 36,5% dei collegamenti Fiber to the Home.

Anche il segmento Enterprise registra delle buone performance confermando una domanda sostenuta di servizi di connettività performanti anche da parte di imprese e pubbliche amministrazioni. L'aumento dell'ordinato e l'acquisizione di nuovi clienti ha generato ricavi in crescita che si sono attestati a 435 milioni di euro nel semestre (+5% rispetto al pari periodo 2019). Un trend che conferma il ruolo di Fastweb di primo operatore alternativo nel segmento dei grandi clienti pubblici e privati con una quota di mercato in termini di ricavi pari al 30% grazie alla costante crescita nel corso degli anni.

Si conferma la forte crescita del segmento wholesale con ricavi a 108 milioni di Euro, +19% rispetto al primo semestre del 2019, ed un numero di linee UBB fornite ad operatori terzi che in un anno è aumentato del 39%.

Infine, estremamente positivo anche l'andamento del segmento mobile che continua la crescita a doppia cifra. Al 30 giugno le SIM attive sono 1.830mila, in crescita del 18% rispetto allo stesso periodo del 2019. La quota dei clienti "convergenti" che adottano servizi mobili assieme a quelli fissi è stabile al 33% della customer base di Fastweb.

 

martedì 21 novembre 2017

Fixed wireless broadband



Si apre il primo spiraglio per il destino della tecnologia fixed wireless broadband, che porta fino a 30 Megabit in zone spesso mal servite dagli operatori principali. L’Autorità garante delle comunicazioni ha avviato la scorsa settimana la consultazione pubblica per stabilire una proroga alle frequenze 3.5 MHz in mano agli operatori, dopo aver ricevuto parere positivo dal ministero dello Sviluppo economico.

La questione è ancora aperta, ma adesso ci sono speranze che si possa arrivare a una soluzione al meglio per la sopravvivenza di questa tecnologia alternativa (che continua a svolgere un ruolo anche sociale, anti digital divide) e dei relativi operatori, che rischiavano di restare schiacciati con l’avvento del 5G. In ballo, in questa partita, c’è anche la possibilità di vedere l’arrivo di operatori nuovi entranti nel mondo del 5G mobile – Fastweb si è già candidato in prima fila – e quindi potenzialmente maggiore concorrenza e innovazione nei servizi.

Il fixed wireless broadband è una tecnologia antica in Italia, dove ha avuto un successo record tra i Paesi Ocse. Un tempo – primi anni 2000 – era rappresentata dagli operatori hiperlan, che portavano la banda larga tra monti e campagne in digital divide, sfruttando frequenze libere (5 MHz). Poi si sono aggiunti gli operatori WiMax, su frequenze 3.4-3.6 MHz, ottenute in licenza con una costosissima asta. Adesso gli operatori tendono a non usare più il WiMax, bensì una tecnologia basata su Lte, ma le frequenze sono le stesse.

Il problema si è aperto quando l’Itu, l’agenzia Onu per le tlc, ha indicato anche le frequenze 3.4-3.8 MHz nel paniere di quelle che possono andare al 5G, valutazione poi confermata da indagini conoscitive condotte dal Mise e da Agcom. “Alla luce anche delle aste 5G già avvenute o in via di definizione negli altri paesi dell’Unione, si ritiene che la prossima procedura di assegnazione possa riguardare lo spettro a 700 MHz, le frequenze a 2300-2400 MHz e una parte consistente della banda compresa tra i 3400 MHz e i 3800 MHz”, spiega Filippo Lucarelli, partner Ict Consulting.

Una brutta notizia per gli operatori fixed wireless, tra cui figurano Linkem, Eolo, Tiscali (che è entrato nel mercato dopo la fusione con Aria), più una miriade di soggetti minori che lavorano solo su base regionale, con un totale di circa un milione di utenti attivi. Per prima cosa, hanno dovuto incassare lo stop di un’attesissima asta 3.6-3.8 MHz, nuove frequenze con cui speravano di potenziare la propria banda larga.

Poi è arrivato il timore che le frequenze ex WiMax sarebbero state messe all’asta per il 5G una volta scaduta la licenza, ossia nel 2023. E in un’asta 5G, con base 2,5 miliardi (come indicato nella Legge di stabilità), il rischio è che tutte le frequenze vadano in mano ai grandi operatori. Nelle ultime settimane, contro questa eventualità che ne minaccerebbe la sopravvivenza, gli operatori del fixed wireless hanno chiesto al Governo una proroga della licenza (come quella data di recente agli operatori mobili), già con la Legge di Stabilità 2018.

Alla fine però il Mise, d’accordo con Agcom, ha ritenuto che fosse poco corretto dare una proroga di frequenze così importanti attraverso un decreto. Di qui l’apertura della consultazione Agcom, che ricorda quella fatta dall’Authority tlc Ofcom, la quale in effetti ha poi dato la proroga di quelle frequenze al fixed wireless broadband. A quel punto quelle frequenze potrebbero essere utilizzate anche per fare 5G mobile da parte di nuovi entranti come Fastweb, che ha già un accordo a riguardo con Tiscali.

Non è detto che finisca così, certo. Ci sono da soppesare diversi fattori. Da una parte, l’utilità di tutelare operatori (e posti di lavoro), una tecnologia utile e anche la possibilità di aprire il 5G mobile a nuovi entranti. Dall’altra, c’è l’indicazione Itu che servono almeno 100 MHz ad operatore per fare un buon 5G, quindi un po’ di concentrazione di risorse in poche mani potrebbe favorire la qualità finale della rete.

E bisogna evitare di danneggiare l’asta 5G, memori di quanto successo proprio nel Regno Unito. Dove un operatore beneficiato dalla proroga, Uk Broadband, è stato comprato da 3 UK, che ha potuto così ottenere una scorciatoia per mettere mani su frequenze utili al 5G senza bisogno di partecipare all’asta.

È sempre sul banco una soluzione alternativa: far scadere quella licenza e dare a quegli operatori frequenze alternative, 3.8-4.2 MHz. In seguito, magari, stabilire regole – compito di Agcom farlo – per l’asta 5G a favore dei nuovi entranti (per esempio limitando la grandezza dei lotti da mandare all’asta), come fatto dalle Authority di Germania, Regno Unito e Repubblica Cca.

Fonte: Nòva

lunedì 20 marzo 2017

Banda larga la sorpresa è il Sud



Il 61 per cento degli italiani è coperto da banda ultra larga (almeno fibra ottica agli armadi, a 100 Megabit), ben il 17 per cento in più rispetto al 2015. Sono i dati della rilevazione Ernst & Young (relativi a gennaio 2017).

È un balzo in avanti, ma un po’ zoppo dato che c’è una grande differenza tra le diverse regioni, con il Nord in affanno rispetto al Sud. La Puglia è la regione più coperta (80 per cento della popolazione), seguita da Calabria (73 per cento), Campania (72), Lazio (70). Peggio di tutti la Valle d’Aosta (22 per cento), ma preoccupanti anche i ritardi di Veneto (49), Trentino Alto Adige (37). Sotto la media anche il Piemonte (53). La Lombardia, nonostante la sua storia infrastrutturale e la rilevanza economica, fa solo poco meglio della media: 63 per cento di popolazione coperta. Milano comunque resta la città meglio coperta da fibra ottica completa, a 1 Gigabit al secondo nelle case.

La situazione è figlia delle contraddizioni del momento storico. Stiamo attraversando un guado. Il Sud è più avanti perché ha avuto prima i fondi europei (2007-2013); idem il Lazio. Il Nord aspetta da una parte l’esito delle gare Infratel per la realizzazione della rete banda ultra larga di proprietà statale, dall’altra che si dispieghino i piani di Tim, Fastweb ed Enel. Tutto lascia pensare che i ritardi del Nord saranno colmati presto e di conseguenza l’Italia raggiungere la media europea (adesso oltre il 70 per cento).

“Abbiamo creato un piano nazionale banda larga scommettendo sulla fibra ottica, le tecnologie innovative, per passare dal fondo classifica alla zona Champions nel 2020″, ha detto a febbraio il sottosegretario alle Comunicazioni, Antonello Giacomelli. Su questo piano gravano però alcune incognite. Sui due bandi Infratel corrispondenti (1,4 e 1,2 miliardi di euro) sono piovuti ricorsi. Enel si è classificato primo in tutti e cinque i lotti del primo bando di gara Infratel, sebbene siano attualmente in corso alcune verifiche tecniche per accertare la sostenibilità dell’offerta e procedere quindi con l’aggiudicazione della gara.

Il 20 febbraio sono scaduti i termini della presentazione delle offerte per la seconda gara. Enel compete per gli 1,2 miliardi di Euro senza i principali operatori di rete fissa, i quali hanno detto che non parteciperanno, in polemica con le condizioni del bando.
Tutto questo getta un’ombra sulle tempistiche della realizzazione e non è la sola. Il Comitato banda ultra larga Regioni-Mise, che si riunito questa settimana, ha indicato l’urgenza di accelerare le convenzioni con Comuni e Province per snellire la burocrazia a cui sono soggetti gli operatori per la posa della fibra.

L’idea è di penalizzare i Comuni che non aderiscono alle convenzioni facendoli finire in fondo al cronoprogramma dei lavori. Si vogliono evitare i problemi, di ritardi burocratici, che secondo una indagine della Corte dei Conti (pubblicata a febbraio) hanno minato anche il precedente piano banda ultra larga (al Sud). Convenzioni simili sono già state stipulate, di recente, con Anas e – a breve – con Ferrovie, ma appunto l’anello debole della catena rischiano di essere i Comuni e soprattutto le Province.

Meno variabili in gioco ci sono per i piani degli operatori e qui ci sono buone notizie: «tutti i piani di investimento sono stati appena rivisti in rialzo, sulla banda ultra larga», dice Fabrizio Pascale, Technology, Media & Telecommunication Leader di EY in Italia.

Tim ha superato gli obiettivi al 2016 e prevede di accelerare lo sviluppo delle reti per raggiungere al 2019 oltre il 99 per cento della popolazione con la rete LTE e il 95 per cento con la fibra ottica (in 50 città con connessione fino a 1 Gigabit), investendo complessivamente 5 miliardi di Euro. Anche Fastweb ha raggiunto gli obiettivi di copertura al 2016 e ha confermato il proprio piano di sviluppo della rete fissa, per coprire entro il 2020 il 50 per cento della popolazione in oltre 500 città.

Il piano strategico di Enel è stato pertanto aggiornato e prevede di dotare di banda ultra larga 270 città italiane entro il 2022, con un investimento di 3,9 miliardi di euro. Tutto sommato, nonostante le incognite il quadro sembra promettente. Almeno per la copertura. «Siamo entrati nel vivo dell’attuazione dei piani. Il prossimo punto a cui bisogna fare attenzione ora è la creazione della domanda», dice Pascale.

Ed è un punto dolente, dato che in Italia non ci sono politiche mirate per questa missione. Anche se gli operatori contano di sollecitare la domanda delle famiglie con le piattaforme di internet tv, su cui stanno accelerando gli investimenti (Tim ha potenziato Timvision, Vodafone sta per lanciare Vodafone Tv, Fastweb si appresta a fare una mossa analoga adattando all’Italia il decoder usato in Svizzera dalla sua controllante Swisscom).